Assemblea Generale 2005
Relazione del Presidente
Cav. Lav. Carlo Colaiacovo

 

Signor Ministro, Autorità, Colleghi,

 l’economia italiana attraversa una fase di estrema debolezza destinata a protrarsi per tutto il 2005.

Il rallentamento congiunturale avviato alla fine dello scorso anno non sembra essere affatto superato e non si intravedono segnali di inversione ciclica.

Da gennaio ad oggi la produzione industriale si è ridotta dello 0,7% rispetto alla media del secondo semestre 2004.

Si conferma il protrarsi negli ultimi mesi di una situazione negativa, con l’assottigliamento del portafoglio ordini  e l’accumulo di scorte di prodotti finiti.

Le commesse acquisite in giugno dalle imprese sono inferiori del 3,7% rispetto a quelli dello stesso mese del 2004.

Il grado di utilizzo degli impianti è del 76%.

Tutto ciò inevitabilmente influisce sul clima di fiducia degli imprenditori che registra un ulteriore peggioramento.

I dati del primo bimestre del 2005 relativi agli scambi con l’estero a prezzi correnti evidenziano una riduzione delle esportazioni del 3,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

L’Italia registra livelli di esportazione e di produzione inferiori a quelli del 2000.

La sua quota di mercato sugli scambi mondiali è pari al 3,8%. Era il 5% nel 1990.

Negli ultimi quattro anni abbiamo perso il 25 % di competitività.

Secondo gli operatori l’aumento dei costi di produzione ha condizionato pesantemente la capacità di penetrazione delle imprese italiane sui mercati esteri.

Sulla debolezza dell’export incide anche l’apprezzamento dell’euro. Si determina quindi una perdita di competitività che fa temere una ulteriore riduzione del volume delle esportazioni e che pesa in modo particolare sulla possibilità di crescita dell’economia.

E’ vero che la bassa crescita è un problema europeo, ma è altrettanto vero che in Italia si presenta con intensità del tutto particolare, tanto da far sostenere che “il nostro Paese sta attraversando  una crisi senza precedenti”, e che “il sistema produttivo italiano si trova oggi ad affrontare il momento più difficile della sua esistenza”. [Relazione di Matteo Colaninno, Vice Presidente Confindustria, S. Margherita Ligure, giugno 2005]

Nel 2004 il Prodotto interno lordo italiano è cresciuto dell’1,2%; il tasso più basso d’Europa.

Le previsioni del Governo contenute nella bozza del Documento di programmazione economica e finanziaria indicano la “crescita zero” per il 2005.

L’annullamento del tasso di crescita dipende da fattori congiunturali, quali la carenza di domanda interna, e da fattori strutturali, tra cui l’insufficiente  dinamica della produttività, causa principale  della caduta di concorrenzialità delle nostre produzioni.

Stiamo vivendo momenti duri, ma siamo certi che lavorando insieme li potremo superare.

Non ci rassegneremo !

La perdita di competitività impone un “cambiamento strutturale”, ha sostenuto il Ministro Scajola in occasione dell’assemblea generale di Confindustria.

Ne siamo convinti.

Ciò vale per l’Italia ed anche per l’Umbria.

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La regione ha in realtà registrato nel 2004 un andamento migliore rispetto alla media del Paese, con una sostanziale tenuta di tutti i settori, inclusi quelli che soffrono più di altri la concorrenza internazionale.

Anzi, se si può ritenere attendibile la stima della SVIMEZ che accredita l’Umbria nel 2004 di una crescita del PIL del 2,6 per cento, vi sarebbero motivi per esprimere un giudizio moderatamente ottimistico sul suo posizionamento nel panorama economico italiano e sulla capacità di reagire alle sfide poste dalla crisi.

Comunque, al di là di tale previsione, le imprese hanno effettivamente fronteggiato le difficoltà utilizzando tutte le loro risorse e mai dandosi per vinte.

Per difendere le quote di mercato hanno praticato prezzi più competitivi comprimendo i margini di profitto.

Hanno continuato ad innovare, come dimostra il tasso di crescita degli investimenti, e  ad accentuare la diversificazione di segmento e di prodotto per consolidare la presenza sui mercati esteri.

Nel primi tre mesi del 2005 si è però registrata una brusca inversione di tendenza  rispetto al trimestre  precedente ed al corrispondente periodo dello scorso anno.

Le aziende lamentano il cedimento della produzione ed il peggioramento delle attese per i mesi a venire.

Le preoccupazioni per le prospettive sono aggravate da alcuni elementi strutturali che  devono indurci a guardare con grande attenzione ai problemi che abbiamo di fronte.

Il più importante è rappresentato dalla insufficiente evoluzione organizzativa e produttiva del sistema industriale, che è stata meno intensa di quella registrata nelle regioni limitrofe.

Alla nuova distribuzione internazionale dei vantaggi comparati abbiamo reagito con minore vigore di quanto sarebbe stato necessario.

I tradizionali fattori di successo della nostra economia si attenuano, ed il modello di specializzazione umbro comincia a manifestare evidenti criticità che ci espongono alla concorrenza dei paesi emergenti.

Scontiamo il limitato sviluppo delle funzioni aziendali a più alto valore aggiunto e ad elevata intensità di lavoro specializzato, indispensabili per presidiare le attività maggiormente presenti nel tessuto produttivo locale.

La progettazione, la ricerca, la logistica, la distribuzione, il marketing, sono settori che possiamo gestire con successo anche nell’ambito di filiere internazionali.

Oltre a ciò, gli scarsi investimenti diretti esteri impediscono di cogliere le opportunità offerte dai grandi mercati in crescita.

Per queste ragioni l’Umbria occupa una collocazione periferica e più debole nell’ambito del modello di sviluppo che condivide da circa 40 anni con le altre regioni del centro e del nord-est insieme alle quali è stata protagonista di una industrializzazione diffusa, leggera, spontanea, fondata su settori tradizionali.

Nel corso degli anni ha recuperato gran parte del divario iniziale che la separava dalle aree caratterizzate dal medesimo modello in virtù  di tassi di crescita del valore aggiunto pro capite superiori alla media.

La convergenza però non si è pienamente realizzata e la regione non è riuscita a raggiungere un vero allineamento.

Per dare una risposta strutturale alle esigenze poste dalla più recente distribuzione internazionale dei fattori produttivi occorre trovare nuovi elementi di successo, all’insegna della qualità e dell’innovazione.

E’ una via che Assindustria ha intrapreso con intuizione anticipatrice quasi 20 anni fa  allorché comprese che solo la tensione continua verso l’eccellenza avrebbe potuto garantire alle imprese una presenza stabile nei mercati.

Ed è la strada sulla quale bisogna continuare a muoverci per realizzare un vasto riposizionamento competitivo delle imprese che dovranno puntare non tanto sul versante dei prezzi quanto su quello della qualità produttiva,  distributiva e reputazionale.

Ci pare che la consueta distinzione tra produzioni avanzate  e tradizionali abbia scarsa rilevanza dal punto di vista della loro possibilità di sopravvivere in Paesi ad alto tenore di vita.

La vera differenza è tra prodotti che nel loro settore risultano migliori e meritevoli di un premio di prezzo rispetto a prodotti che non riscuotono questo premio.

I primi sono frutto di organizzazioni più raffinate ed esprimono un contenuto di ricerca, stile e creatività più intenso dei secondi, qualunque sia il settore di appartenenza.

La presenza di comparti maturi non equivale al declino industriale poiché i fatti dimostrano che le imprese in essi operanti possono comunque  sopravvivere ed in alcuni casi  diventare leader nei mercati internazionali.

Non si possono perciò considerare in termini alternativi il modello di economia della conoscenza, da una parte, e quello fatto di fabbriche e tecnologia, dall’altra, perché verrebbe meno la possibilità di valorizzare e far crescere quanto di buono c’è nel sistema produttivo.

I due modelli si integrano perché le produzioni devono essere alimentate da un sapere avanzato e diffuso lungo l’intera filiera, e la conoscenza deve innervare i processi manifatturieri.

In tal modo la “maturità” si trasforma in competitività.

Siamo pure coscienti che il problema di  competere in uno scenario complesso diviene particolarmente difficile in Umbria per l’elevata parcellizzazione del tessuto produttivo,  cui non fa da contrappeso una sufficiente base di aziende di medie dimensioni alle quali è doveroso riservare ogni attenzione per favorirne il rafforzamento considerato che stanno diventando il nuovo punto di forza del Sistema Italia.

Condividiamo le misure ed i provvedimenti assunti a livello nazionale e locale per stimolare la crescita dimensionale delle aziende.

Ma sarebbe semplicistico individuare nella preponderanza di imprese minori la causa principale dei ritardi di sviluppo.

È invece utile ricordare che:

  • esistono vasti segmenti di imprese di piccole dimensioni efficienti e in grado di competere in campo internazionale.
     

  • sono tante le piccole imprese che hanno migliorato la qualità delle produzioni ed innalzato il livello di concorrenzialità.
     

  • vi sono larghi strati di piccole aziende che innovano in modo continuo e attraverso percorsi spesso poco visibili e statisticamente misurabili ma comunque efficaci.

Si tratta di innovazioni incrementali di prodotto e di processo che esprimono una logica di invenzione fatta di un sapere diffuso oltre che di un mutamento di tecnologia, accessibili anche ad imprese che non hanno la possibilità di impegnare grandi risorse in ricerca formalizzata.

Il quadro complessivo mostra l’esistenza di un grande impegno in questa direzione, e fa capire come alle innegabili difficoltà che caratterizzano il sistema produttivo locale si affianchino ancora elementi di forza che conferiscono ad esso vitalità e capacità di tenuta.

Il ruolo centrale dell’impresa minore è confermato dal contributo determinante che fornisce all’occupazione ed alla formazione del valore aggiunto: il 62% del valore aggiunto manifatturiero  è realizzato da imprese con meno di 50 addetti.

 Alla retorica del declino, ed in particolare di quello industriale, occorre quindi sostituire una attenta analisi che metta in evidenza i punti di forza dell’ apparato produttivo sui quali si può far leva per un recupero di competitività.

I margini di azione ci sono e vanno sfruttati fino in fondo.

Bisogna però tirare fuori il coraggio, l’inventiva e la voglia di fare che in passato abbiamo dimostrato di possedere e che oggi più di ieri devono qualificare il modo di essere imprenditori.

La piccola impresa può continuare ad essere un punto di forza in un momento di globalizzazione purchè  si focalizzi su prodotti e processi a maggiore valore ed occupi nicchie di mercato.

Dobbiamo riuscire a specializzarci nel prodotto di gamma alta, creativo, con forte valore aggiunto e con uno straordinario servizio.

Gli spazi ci sono perchè  i consumi vanno verso la differenziazione e non verso la massificazione.

Dobbiamo anche imparare a lavorare insieme in modo più collaborativo e  costruttivo.

Abbiamo ancora carte da giocare. Non tiriamoci indietro.

Ma per conquistare i mercati di nicchia, essere attraenti e creativi, mutevoli, veloci, specializzati nelle funzioni complesse,  bisogna che si realizzino alcune condizioni.

La prima è trasformare il territorio in una rete di conoscenze.

Territorio inteso come la sede dello sviluppo dell’idea, di gestione dei processi e di creazione di nuove filiere.

Il territorio continuerà ad essere un fattore fondamentale dello sviluppo anche nei processi di delocalizzazione e dovrà creare le infrastrutture conoscitive, culturali ed emozionali  di supporto all’iniziativa imprenditoriale.

In questo quadro il ruolo dell’Università si conferma decisivo.

È il principale fornitore di sapere, di formazione e di competenze dell’intero sistema.

Abbiamo lavorato intensamente con l’Ateneo ed abbiamo raggiunto risultati importanti che cominciano a dare concretezza ad una relazione che sappiamo essere fondamentale per entrambi.

Penso agli sforzi compiuti per far incontrare la domanda di ricerca applicata delle aziende, opportunamente sollecitata, con le possibilità scientifiche dell’Accademia.

Nell’ambito di una iniziativa che ha il carattere dell’assoluta novità nel panorama italiano, sostenuta da risorse della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e della Camera di Commercio di Perugia, sarà possibile cofinanziare numerosi progetti aziendali di ricerca concordati con l’Università.

Con la Facoltà di Ingegneria abbiamo avviato un proficuo rapporto che porterà alla costituzione di un Comitato di Indirizzo in cui le esigenze formative del mondo  produttivo saranno rappresentate ai responsabili dell’offerta  didattica.

Con la Facoltà di Scienze partecipiamo al progetto nazionale “Lauree Scientifiche” per avvicinare i giovani ai corsi di matematica, chimica e fisica.

Con i Ministeri della Ricerca e degli Esteri  e con l’Università per Stranieri aderiamo al Progetto “Marco Polo” per aumentare la presenza di studenti e ricercatori cinesi in Italia e per sviluppare collaborazioni tra i loro centri di ricerca e le nostre Università ed imprese.

Stiamo elaborando un progetto per costituire una società consortile di gestione dell’incubatore  di imprese sorte per spin off accademico  ed un altro per attivare un Ufficio di   trasferimento alle industrie dei risultati della ricerca scientifica.

Stipuleremo ulteriori convenzioni per facilitare altre forme di collaborazione tra l’Università e le imprese.

Sempre in tema di ricerca desidero segnalare che la Giunta della Camera di Commercio di Perugia  ha stanziato di recente significative risorse per l’attivazione di borse di studio a favore di giovani laureati da impiegare nell’attività scientifica presso le aziende.

Il rapporto tra ricerca, innovazione, produttività, competitività è un dato fondamentale per la nostra economia.

Uno studio di Confindustria stima che un incremento del tasso di crescita annuo delle spese in ricerca e sviluppo del 5% determinerebbe, a regime, un aumento dell’espansione del Prodotto interno lordo di 1,2 punti percentuali.

E’ necessario perciò porre l’innovazione al centro delle politiche di sviluppo, nazionali e regionali, e dare vita ad un programma di sostegno di lungo periodo, con definizione chiara di strumenti e risorse.

Riteniamo indispensabile definire efficaci incentivi agli investimenti in innovazione; agevolare con il credito di imposta automatico le ricerche commissionate alle Università; sostenere le azioni per il trasferimento tecnologico.

In aggiunta al “territorio intelligente” l’altra condizione  per dare maggiore slancio al primo motore dello sviluppo umbro, costituito dalle imprese minori evolute per specializzazione ed organizzazione, è disporre di una finanza e di un sistema bancario più vicini alle esigenze aziendali. 

Proponiamo di intervenire sul capitale di rischio con i prestiti partecipativi e con l’istituzione di un Fondo Chiuso prevedendo esplicite garanzie sulle partecipazioni degli investitori.

Sarebbe anche opportuna la costituzione di Società di gestione del Risparmio per facilitare l’afflusso di capitali verso la partecipazione nelle imprese.

Va ripensata la politica delle agenzie regionali finanziarie la cui attività, con un management adeguato, dovrebbe essere finalizzata a sostenere le aziende che hanno fondate prospettive di sviluppo e che possono svolgere una funzione di traino per l’economia locale.

Se con queste misure si può riqualificare la struttura produttiva per metterla in grado di operare meglio nelle nuove condizioni competitive, bisogna però che l’Umbria non rinunci ad essere presente anche nei settori a tecnologia più avanzata, e quindi  ad avviare il secondo motore dello sviluppo.

Ma le biotecnologie, le nanotecnologie,  la microelettronica non germogliano spontaneamente,  richiedono politiche pubbliche dal basso e dall’alto.

Sono settori che implicano grandi investimenti ed importanti dimensioni aziendali, per i quali comunque  l’Umbria potrebbe essere vocata.

La presenza di imprese di qualità, di centri di ricerca e dell’Università nelle sedi di Perugia e Terni consente di candidare la regione a  luogo idoneo per lo sviluppo di attività produttive ad alta tecnologia.

Serve però una terapia d’urto che deve derivare da una svolta nella politica industriale nazionale, nonché il pieno sostegno della Regione, dell’Università e delle altre istituzioni umbre.

Sollecitiamo in particolare la definizione dell’accordo tra Ministero della ricerca, Regione ed Università per costituire in Umbria il distretto tecnologico.

Deve essere inoltre proseguito ogni sforzo per assicurare le condizioni di convenienza degli attuali insediamenti multinazionali.

L’attrazione e la permanenza di investimenti esteri ha bisogno di politiche che creino vantaggi localizzativi, come, per esempio, moderne infrastrutture, Istituzioni di alta formazione e ricerca,  disponibilità dell’energia ad un prezzo in linea con quello praticato negli altri Paesi europei.

L’Umbria ha poi un altro grande fattore potenziale di crescita economica che deve essere valorizzato di più.

E’ la bellezza.

La bellezza dei borghi, dei centri, dell’arte di cui siamo depositari, della spiritualità che inebria la nostra storia, dell’ambiente, degli scorci, delle tradizioni che facciamo rivivere, dell’atmosfera di cui siamo custodi.

L’industria del “Bello” è il terzo motore di sviluppo.

Industrializzare il “Bello” vuol dire andare oltre il turismo.

Significa intervenire su tutte le filiere produttive che hanno un rapporto con la bellezza, sia perché ne traggono valore sia perché la valorizzano.

Pensiamo alle costruzioni, alla residenzialità, al recupero edilizio, all’agroalimentare, all’ambiente territoriale, alle tecnologie per i beni culturali, ai trasporti, alle infrastrutture, alle reti immateriali.

Proponiamo di costituire un Distretto culturale,  che è l’applicazione del concetto di distretto industriale al tema dei beni culturali ed ambientali.

Il Distretto culturale si sviluppa coordinando tutte le imprese della filiera. Ad esso possono appartenere aziende di qualsiasi dimensione e settore, purchè siano integrate nel prodotto culturale definito.

All’interno del Distretto ed intorno ai valori forti della regione si legano tra loro i settori coinvolti per trarre un beneficio economico superiore a quello che coglierebbero operando singolarmente ed in modo svincolato dalle radici territoriali.

Passare dalla promozione del turismo, per di più disarticolata, alla creazione di un distretto della cultura è un passo in avanti che ci permetterebbe di affrontare con lungimiranza un tema complesso che non può essere ridotto al conteggio degli arrivi e delle presenze.

Anche su questo fronte siamo disponibili a fornire il nostro contributo di  esperienza e di idee. Lo faremo con un Convegno in cui presenteremo l’idea dell’Umbria come “terra di mezzo“, concetto che richiama la collocazione geografica, la centralità culturale e l’esigenza di cambiamento.  L’avvenire della “terra di mezzo” è legato al suo passato ed  alla  capacità di visione del suo futuro.

Il quarto motore, l’ultimo, su cui possiamo contare per accelerare il passo della crescita umbra è costituito dalle opere infrastrutturali.

Apprezziamo l’attenzione mostrata dal Governo  nei confronti delle esigenze infrastrutturali della regione, che resta però ancora troppo penalizzata dagli scarsi collegamenti con le principali direttrici del Paese.

Pur essendo geograficamente baricentrica, è logisticamente periferica.

Tale paradosso continua ad incidere in maniera assai pesante non solo sulle possibilità competitive delle aziende ma dell’intero sistema Umbria.

I passi avanti compiuti sono importanti e l’impegno della Regione e del Governo va  rafforzato per completare il lavoro avviato e per conseguire nuovi obiettivi.

E’ di questi giorni la positiva decisione del pre – Cipe per la realizzazione del nodo di Perugia.

Ci rivolgiamo a Lei, Signor Ministro, affinché possano essere presto superate le carenze infrastrutturali ed auspichiamo che le giuste attese della comunità possano trovare accoglimento da parte dell’Esecutivo.

La rapida realizzazione di opere pubbliche indispensabili per porre l’Umbria al pari delle altre regioni d’Italia risponde ad un legittimo criterio di equità ed è pure preziosa per ridare tono all’economia.

Indichiamo due priorità.

La prima è completare rapidamente le opere avviate e dotare di risorse finanziarie adeguate quelle approvate più di recente, comprimendo, anche per queste ultime,  i tempi di realizzazione che  restano purtroppo molto lunghi ed incerti.

La seconda è programmare e realizzare interventi più diffusi: le infrastrutture urbane; quelle per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione e la riqualificazione rapida delle aree per gli insediamenti produttivi.

La qualità dei servizi infrastrutturali è un altro punto debole del sistema regionale sul quale occorre una maggiore attenzione.

I collegamenti ferroviari continuano ad essere  inadeguati.

I servizi di trasporto aereo vanno sviluppati per renderli all’altezza delle necessità della regione.

Abbiamo dato un contributo costruttivo ai progetti di potenziamento strutturale dell’aeroporto ed abbiamo attivato le pressioni necessarie nei confronti degli Enti competenti per superare ostacoli e lungaggini che si frappongono ad una piena funzionalità dello scalo.

E’ un obiettivo che può essere raggiunto in tempi brevi e che può produrre effetti positivi sull’economia, oltre a rappresentare la condizione indispensabile per privatizzare la Società di gestione dell’aeroporto.

Autorità, colleghi imprenditori,

dalle situazioni di difficoltà non si esce attardandosi sulle occasioni perse o sulle lacune esistenti.

Noi imprenditori sappiamo che la competitività si conquista giorno per giorno, con un lavoro quotidiano di sperimentazione e di ricerca di nuove soluzioni, inscritte, però, in una visione strategica chiara e condivisa.

Non è la rinuncia ad animare le nostre volontà; ma l’orgoglio di costruire facendo convergere su pochi obiettivi prioritari le risorse disponibili.

Allo stesso modo deve comportarsi un sistema territoriale.

In questi giorni da più parti si alzano nel Paese voci autorevoli che si appellano all’orgoglio di mettere in campo le forze migliori di cui disponiamo per uscire da una crisi molto seria.

Noi industriali di Perugia rispondiamo a questo appello, ed assumiamo la responsabilità di essere classe dirigente anche in tale circostanza.

E’ il ruolo che svolgiamo guidando le aziende ed impegnandoci nella nostra associazione che abbiamo riformato per dare ad essa maggiore dinamicità.

Tre anni fa veniva firmato su iniziativa della Giunta Regionale il Patto per lo Sviluppo e l’innovazione.

Era, ed è tuttora, la strada maestra, tracciata con generale consenso, per far conseguire all’Umbria maggiori livelli di progresso.

Continuiamo a condividerne lo spirito ed i contenuti, e confermiamo la volontà di contribuire al suo successo stimolando le imprese ad investire, innovare, internazionalizzarsi, ed aggregarsi.  In definitiva, a creare maggiore ricchezza ed occupazione.

Riteniamo che sia questa la parte di nostra competenza, e di averla svolta con successo.

Nella cosiddetta seconda fase del Patto, appena aperta, dobbiamo concertare gli interventi da realizzare immediatamente per stimolare lo sviluppo e selezionare le iniziative a maggiore e più rapido impatto sulla crescita del sistema produttivo e del territorio.

Sono con ciò coerenti le indicazioni contenute nel documento che abbiamo presentato, insieme alle altre organizzazioni di categoria, alla Presidente della Giunta regionale in occasione dell’avvio di legislatura.

Nel confermato clima di collaborazione è importante che le relazioni industriali facilitino i processi innovativi e l’instaurarsi di condizioni adatte alla indispensabile crescita.

Siamo certi di trovare nelle organizzazioni sindacali la necessaria attenzione e sensibilità.

Chiediamo al Governo di accelerare l’adozione delle misure per il rilancio della competitività che sono attualmente all’esame del Parlamento.

Cogliamo questa occasione per fare appello al Ministro Scajola sicuri che continuerà ad essere attento interprete delle esigenze espresse dal mondo imprenditoriale in tante occasioni.

Auspichiamo altresì che il Governo metta mano rapidamente alla riduzione dell’Irap ed alla compressione del cuneo fiscale.

E’ evidente però che per uscire dalla recessione non bastano le leggi.

Ci vuole nel Paese, in tutte le sue articolazioni, un nuovo senso di responsabilità  ed una  passione rigenerata.

Deve accendersi in ognuno di noi l’entusiasmo di servire il bene comune e la volontà di essere  i protagonisti del rilancio e non i testimoni della caduta.

E’ l’orgoglio la risorsa strategica  cui ricorrere.

L’orgoglio di meritare la fiducia di chi ci ha preceduto e di non deludere le attese di chi ci seguirà.