Signor
Ministro, Autorità, Colleghi,
l’economia italiana attraversa una
fase di estrema debolezza destinata a protrarsi per tutto il 2005.
Il rallentamento congiunturale
avviato alla fine dello scorso anno non sembra essere affatto
superato e non si intravedono segnali di inversione ciclica.
Da gennaio ad oggi la produzione
industriale si è ridotta dello 0,7% rispetto alla media del secondo
semestre 2004.
Si conferma il protrarsi negli
ultimi mesi di una situazione negativa, con l’assottigliamento del
portafoglio ordini e l’accumulo di scorte di prodotti finiti.
Le commesse acquisite in giugno
dalle imprese sono inferiori del 3,7% rispetto a quelli dello stesso
mese del 2004.
Il grado di utilizzo degli impianti
è del 76%.
Tutto ciò inevitabilmente influisce
sul clima di fiducia degli imprenditori che registra un ulteriore
peggioramento.
I dati del primo bimestre del 2005
relativi agli scambi con l’estero a prezzi correnti evidenziano una
riduzione delle esportazioni del 3,1% rispetto allo stesso periodo
dell’anno precedente.
L’Italia registra livelli di
esportazione e di produzione inferiori a quelli del 2000.
La sua quota di mercato sugli
scambi mondiali è pari al 3,8%. Era il 5% nel 1990.
Negli ultimi quattro anni abbiamo
perso il 25 % di competitività.
Secondo gli operatori l’aumento dei
costi di produzione ha condizionato pesantemente la capacità di
penetrazione delle imprese italiane sui mercati esteri.
Sulla debolezza dell’export incide
anche l’apprezzamento dell’euro. Si determina quindi una perdita di
competitività che fa temere una ulteriore riduzione del volume delle
esportazioni e che pesa in modo particolare sulla possibilità di
crescita dell’economia.
E’ vero che la bassa crescita è un
problema europeo, ma è altrettanto vero che in Italia si presenta
con intensità del tutto particolare, tanto da far sostenere che
“il nostro Paese sta attraversando una crisi senza precedenti”,
e che “il sistema produttivo italiano si trova oggi ad affrontare
il momento più difficile della sua esistenza”. [Relazione
di Matteo Colaninno, Vice Presidente Confindustria, S. Margherita
Ligure, giugno 2005]
Nel 2004 il Prodotto interno lordo
italiano è cresciuto dell’1,2%; il tasso più basso d’Europa.
Le previsioni del Governo contenute
nella bozza del Documento di programmazione economica e finanziaria
indicano la “crescita zero” per il 2005.
L’annullamento del tasso di
crescita dipende da fattori congiunturali, quali la carenza di
domanda interna, e da fattori strutturali, tra cui l’insufficiente
dinamica della produttività, causa principale della caduta di
concorrenzialità delle nostre produzioni.
Stiamo vivendo momenti duri, ma
siamo certi che lavorando insieme li potremo superare.
Non ci rassegneremo !
La perdita di competitività impone
un “cambiamento strutturale”, ha sostenuto il Ministro
Scajola in occasione dell’assemblea generale di Confindustria.
Ne siamo convinti.
Ciò vale per l’Italia ed anche per
l’Umbria.
* * *
La regione ha in realtà registrato
nel 2004 un andamento migliore rispetto alla media del Paese, con
una sostanziale tenuta di tutti i settori, inclusi quelli che
soffrono più di altri la concorrenza internazionale.
Anzi, se si può ritenere
attendibile la stima della SVIMEZ che accredita l’Umbria nel 2004 di
una crescita del PIL del 2,6 per cento, vi sarebbero motivi per
esprimere un giudizio moderatamente ottimistico sul suo
posizionamento nel panorama economico italiano e sulla capacità di
reagire alle sfide poste dalla crisi.
Comunque, al di là di tale
previsione, le imprese hanno effettivamente fronteggiato le
difficoltà utilizzando tutte le loro risorse e mai dandosi per
vinte.
Per difendere le quote di mercato
hanno praticato prezzi più competitivi comprimendo i margini di
profitto.
Hanno continuato ad innovare, come
dimostra il tasso di crescita degli investimenti, e ad accentuare
la diversificazione di segmento e di prodotto per consolidare la
presenza sui mercati esteri.
Nel primi tre mesi del 2005 si è
però registrata una brusca inversione di tendenza rispetto al
trimestre precedente ed al corrispondente periodo dello scorso
anno.
Le aziende lamentano il cedimento
della produzione ed il peggioramento delle attese per i mesi a
venire.
Le preoccupazioni per le
prospettive sono aggravate da alcuni elementi strutturali che
devono indurci a guardare con grande attenzione ai problemi che
abbiamo di fronte.
Il più importante è rappresentato
dalla insufficiente evoluzione organizzativa e produttiva del
sistema industriale, che è stata meno intensa di quella registrata
nelle regioni limitrofe.
Alla nuova distribuzione
internazionale dei vantaggi comparati abbiamo reagito con minore
vigore di quanto sarebbe stato necessario.
I tradizionali fattori di successo
della nostra economia si attenuano, ed il modello di
specializzazione umbro comincia a manifestare evidenti criticità che
ci espongono alla concorrenza dei paesi emergenti.
Scontiamo il limitato sviluppo
delle funzioni aziendali a più alto valore aggiunto e ad elevata
intensità di lavoro specializzato, indispensabili per presidiare le
attività maggiormente presenti nel tessuto produttivo locale.
La progettazione, la ricerca, la
logistica, la distribuzione, il marketing, sono settori che possiamo
gestire con successo anche nell’ambito di filiere internazionali.
Oltre a ciò, gli scarsi
investimenti diretti esteri impediscono di cogliere le opportunità
offerte dai grandi mercati in crescita.
Per queste ragioni l’Umbria occupa
una collocazione periferica e più debole nell’ambito del modello di
sviluppo che condivide da circa 40 anni con le altre regioni del
centro e del nord-est insieme alle quali è stata protagonista di una
industrializzazione diffusa, leggera, spontanea, fondata su settori
tradizionali.
Nel corso degli anni ha recuperato
gran parte del divario iniziale che la separava dalle aree
caratterizzate dal medesimo modello in virtù di tassi di crescita
del valore aggiunto pro capite superiori alla media.
La convergenza però non si è
pienamente realizzata e la regione non è riuscita a raggiungere un
vero allineamento.
Per dare una risposta strutturale
alle esigenze poste dalla più recente distribuzione internazionale
dei fattori produttivi occorre trovare nuovi elementi di successo,
all’insegna della qualità e dell’innovazione.
E’ una via che Assindustria ha
intrapreso con intuizione anticipatrice quasi 20 anni fa allorché
comprese che solo la tensione continua verso l’eccellenza avrebbe
potuto garantire alle imprese una presenza stabile nei mercati.
Ed è la strada sulla quale bisogna
continuare a muoverci per realizzare un vasto riposizionamento
competitivo delle imprese che dovranno puntare non tanto sul
versante dei prezzi quanto su quello della qualità produttiva,
distributiva e reputazionale.
Ci pare che la consueta distinzione
tra produzioni avanzate e tradizionali abbia scarsa rilevanza dal
punto di vista della loro possibilità di sopravvivere in Paesi ad
alto tenore di vita.
La vera differenza è tra prodotti
che nel loro settore risultano migliori e meritevoli di un premio di
prezzo rispetto a prodotti che non riscuotono questo premio.
I primi sono frutto di
organizzazioni più raffinate ed esprimono un contenuto di ricerca,
stile e creatività più intenso dei secondi, qualunque sia il settore
di appartenenza.
La presenza di comparti maturi non
equivale al declino industriale poiché i fatti dimostrano che le
imprese in essi operanti possono comunque sopravvivere ed in alcuni
casi diventare leader nei mercati internazionali.
Non si possono perciò considerare
in termini alternativi il modello di economia della conoscenza, da
una parte, e quello fatto di fabbriche e tecnologia, dall’altra,
perché verrebbe meno la possibilità di valorizzare e far crescere
quanto di buono c’è nel sistema produttivo.
I due modelli si integrano perché
le produzioni devono essere alimentate da un sapere avanzato e
diffuso lungo l’intera filiera, e la conoscenza deve innervare i
processi manifatturieri.
In tal modo la “maturità” si
trasforma in competitività.
Siamo pure coscienti che il
problema di competere in uno scenario complesso diviene
particolarmente difficile in Umbria per l’elevata parcellizzazione
del tessuto produttivo, cui non fa da contrappeso una sufficiente
base di aziende di medie dimensioni alle quali è doveroso riservare
ogni attenzione per favorirne il rafforzamento considerato che
stanno diventando il nuovo punto di forza del Sistema Italia.
Condividiamo le misure ed i
provvedimenti assunti a livello nazionale e locale per stimolare la
crescita dimensionale delle aziende.
Ma sarebbe semplicistico
individuare nella preponderanza di imprese minori la causa
principale dei ritardi di sviluppo.
È invece utile ricordare che:
-
esistono vasti segmenti di
imprese di piccole dimensioni efficienti e in grado di competere
in campo internazionale.
-
sono tante le piccole imprese
che hanno migliorato la qualità delle produzioni ed innalzato il
livello di concorrenzialità.
-
vi sono larghi strati di
piccole aziende che innovano in modo continuo e attraverso
percorsi spesso poco visibili e statisticamente misurabili ma
comunque efficaci.
Si tratta di innovazioni
incrementali di prodotto e di processo che esprimono una logica di
invenzione fatta di un sapere diffuso oltre che di un mutamento di
tecnologia, accessibili anche ad imprese che non hanno la
possibilità di impegnare grandi risorse in ricerca formalizzata.
Il quadro complessivo mostra
l’esistenza di un grande impegno in questa direzione, e fa capire
come alle innegabili difficoltà che caratterizzano il sistema
produttivo locale si affianchino ancora elementi di forza che
conferiscono ad esso vitalità e capacità di tenuta.
Il ruolo centrale dell’impresa
minore è confermato dal contributo determinante che fornisce
all’occupazione ed alla formazione del valore aggiunto: il 62% del
valore aggiunto manifatturiero è realizzato da imprese con meno di
50 addetti.
Alla retorica del declino, ed in
particolare di quello industriale, occorre quindi sostituire una
attenta analisi che metta in evidenza i punti di forza dell’
apparato produttivo sui quali si può far leva per un recupero di
competitività.
I margini di azione ci sono e vanno
sfruttati fino in fondo.
Bisogna però tirare fuori il
coraggio, l’inventiva e la voglia di fare che in passato abbiamo
dimostrato di possedere e che oggi più di ieri devono qualificare il
modo di essere imprenditori.
La piccola impresa può continuare
ad essere un punto di forza in un momento di globalizzazione purchè
si focalizzi su prodotti e processi a maggiore valore ed occupi
nicchie di mercato.
Dobbiamo riuscire a specializzarci
nel prodotto di gamma alta, creativo, con forte valore aggiunto e
con uno straordinario servizio.
Gli spazi ci sono perchè i consumi
vanno verso la differenziazione e non verso la massificazione.
Dobbiamo anche imparare a lavorare
insieme in modo più collaborativo e costruttivo.
Abbiamo ancora carte da giocare.
Non tiriamoci indietro.
Ma per conquistare i mercati di
nicchia, essere attraenti e creativi, mutevoli, veloci,
specializzati nelle funzioni complesse, bisogna che si realizzino
alcune condizioni.
La prima è trasformare il
territorio in una rete di conoscenze.
Territorio inteso come la sede
dello sviluppo dell’idea, di gestione dei processi e di creazione di
nuove filiere.
Il territorio continuerà ad essere
un fattore fondamentale dello sviluppo anche nei processi di
delocalizzazione e dovrà creare le infrastrutture conoscitive,
culturali ed emozionali di supporto all’iniziativa imprenditoriale.
In questo quadro il ruolo
dell’Università si conferma decisivo.
È il principale fornitore di
sapere, di formazione e di competenze dell’intero sistema.
Abbiamo lavorato intensamente con
l’Ateneo ed abbiamo raggiunto risultati importanti che cominciano a
dare concretezza ad una relazione che sappiamo essere fondamentale
per entrambi.
Penso agli sforzi compiuti per far
incontrare la domanda di ricerca applicata delle aziende,
opportunamente sollecitata, con le possibilità scientifiche
dell’Accademia.
Nell’ambito di una iniziativa che
ha il carattere dell’assoluta novità nel panorama italiano,
sostenuta da risorse della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia
e della Camera di Commercio di Perugia, sarà possibile cofinanziare
numerosi progetti aziendali di ricerca concordati con l’Università.
Con la Facoltà di Ingegneria
abbiamo avviato un proficuo rapporto che porterà alla costituzione
di un Comitato di Indirizzo in cui le esigenze formative del mondo
produttivo saranno rappresentate ai responsabili dell’offerta
didattica.
Con la Facoltà di Scienze
partecipiamo al progetto nazionale “Lauree Scientifiche” per
avvicinare i giovani ai corsi di matematica, chimica e fisica.
Con i Ministeri della Ricerca e
degli Esteri e con l’Università per Stranieri aderiamo al Progetto
“Marco Polo” per aumentare la presenza di studenti e ricercatori
cinesi in Italia e per sviluppare collaborazioni tra i loro centri
di ricerca e le nostre Università ed imprese.
Stiamo elaborando un progetto per
costituire una società consortile di gestione dell’incubatore di
imprese sorte per spin off accademico ed un altro per attivare un
Ufficio di trasferimento alle industrie dei risultati della
ricerca scientifica.
Stipuleremo ulteriori convenzioni
per facilitare altre forme di collaborazione tra l’Università e le
imprese.
Sempre in tema di ricerca desidero
segnalare che la Giunta della Camera di Commercio di Perugia ha
stanziato di recente significative risorse per l’attivazione di
borse di studio a favore di giovani laureati da impiegare
nell’attività scientifica presso le aziende.
Il rapporto tra ricerca,
innovazione, produttività, competitività è un dato fondamentale per
la nostra economia.
Uno studio di Confindustria stima
che un incremento del tasso di crescita annuo delle spese in ricerca
e sviluppo del 5% determinerebbe, a regime, un aumento
dell’espansione del Prodotto interno lordo di 1,2 punti percentuali.
E’ necessario perciò porre
l’innovazione al centro delle politiche di sviluppo, nazionali e
regionali, e dare vita ad un programma di sostegno di lungo periodo,
con definizione chiara di strumenti e risorse.
Riteniamo indispensabile definire
efficaci incentivi agli investimenti in innovazione; agevolare con
il credito di imposta automatico le ricerche commissionate alle
Università; sostenere le azioni per il trasferimento tecnologico.
In aggiunta al “territorio
intelligente” l’altra condizione per dare maggiore slancio al
primo motore dello sviluppo umbro, costituito dalle imprese
minori evolute per specializzazione ed organizzazione, è
disporre di una finanza e di un sistema bancario più vicini alle
esigenze aziendali.
Proponiamo di intervenire sul
capitale di rischio con i prestiti partecipativi e con l’istituzione
di un Fondo Chiuso prevedendo esplicite garanzie sulle
partecipazioni degli investitori.
Sarebbe anche opportuna la
costituzione di Società di gestione del Risparmio per facilitare
l’afflusso di capitali verso la partecipazione nelle imprese.
Va ripensata la politica delle
agenzie regionali finanziarie la cui attività, con un management
adeguato, dovrebbe essere finalizzata a sostenere le aziende che
hanno fondate prospettive di sviluppo e che possono svolgere una
funzione di traino per l’economia locale.
Se con queste misure si può
riqualificare la struttura produttiva per metterla in grado di
operare meglio nelle nuove condizioni competitive, bisogna però che
l’Umbria non rinunci ad essere presente anche nei settori a
tecnologia più avanzata, e quindi ad avviare il secondo motore
dello sviluppo.
Ma le biotecnologie, le
nanotecnologie, la microelettronica non germogliano
spontaneamente, richiedono politiche pubbliche dal basso e
dall’alto.
Sono settori che implicano grandi
investimenti ed importanti dimensioni aziendali, per i quali
comunque l’Umbria potrebbe essere vocata.
La presenza di imprese di qualità,
di centri di ricerca e dell’Università nelle sedi di Perugia e Terni
consente di candidare la regione a luogo idoneo per lo sviluppo di
attività produttive ad alta tecnologia.
Serve però una terapia d’urto che
deve derivare da una svolta nella politica industriale nazionale,
nonché il pieno sostegno della Regione, dell’Università e delle
altre istituzioni umbre.
Sollecitiamo in particolare la
definizione dell’accordo tra Ministero della ricerca, Regione ed
Università per costituire in Umbria il distretto tecnologico.
Deve essere
inoltre proseguito ogni sforzo per assicurare le condizioni di
convenienza degli attuali insediamenti multinazionali.
L’attrazione e
la permanenza di investimenti esteri ha bisogno di politiche che
creino vantaggi localizzativi, come, per esempio, moderne
infrastrutture, Istituzioni di alta formazione e ricerca,
disponibilità dell’energia ad un prezzo in linea con quello
praticato negli altri Paesi europei.
L’Umbria ha poi un altro grande
fattore potenziale di crescita economica che deve essere valorizzato
di più.
E’ la bellezza.
La bellezza dei borghi, dei centri,
dell’arte di cui siamo depositari, della spiritualità che inebria la
nostra storia, dell’ambiente, degli scorci, delle tradizioni che
facciamo rivivere, dell’atmosfera di cui siamo custodi.
L’industria del “Bello” è il terzo
motore di sviluppo.
Industrializzare il “Bello” vuol
dire andare oltre il turismo.
Significa intervenire su tutte le
filiere produttive che hanno un rapporto con la bellezza, sia perché
ne traggono valore sia perché la valorizzano.
Pensiamo alle costruzioni, alla
residenzialità, al recupero edilizio, all’agroalimentare,
all’ambiente territoriale, alle tecnologie per i beni culturali, ai
trasporti, alle infrastrutture, alle reti immateriali.
Proponiamo di costituire un
Distretto culturale, che è l’applicazione del concetto di distretto
industriale al tema dei beni culturali ed ambientali.
Il Distretto culturale si sviluppa
coordinando tutte le imprese della filiera. Ad esso possono
appartenere aziende di qualsiasi dimensione e settore, purchè siano
integrate nel prodotto culturale definito.
All’interno del Distretto ed
intorno ai valori forti della regione si legano tra loro i settori
coinvolti per trarre un beneficio economico superiore a quello che
coglierebbero operando singolarmente ed in modo svincolato dalle
radici territoriali.
Passare dalla promozione del
turismo, per di più disarticolata, alla creazione di un distretto
della cultura è un passo in avanti che ci permetterebbe di
affrontare con lungimiranza un tema complesso che non può essere
ridotto al conteggio degli arrivi e delle presenze.
Anche su questo fronte siamo
disponibili a fornire il nostro contributo di esperienza e di idee.
Lo faremo con un Convegno in cui presenteremo l’idea dell’Umbria
come “terra di mezzo“, concetto che richiama la collocazione
geografica, la centralità culturale e l’esigenza di cambiamento.
L’avvenire della “terra di mezzo” è legato al suo passato ed alla
capacità di visione del suo futuro.
Il quarto motore,
l’ultimo, su cui possiamo contare per accelerare il passo
della crescita umbra è costituito dalle opere infrastrutturali.
Apprezziamo l’attenzione mostrata dal Governo nei confronti delle
esigenze infrastrutturali della regione, che resta però ancora
troppo penalizzata dagli scarsi collegamenti con le principali
direttrici del Paese.
Pur essendo geograficamente baricentrica, è logisticamente
periferica.
Tale paradosso continua ad incidere in maniera assai pesante non
solo sulle possibilità competitive delle aziende ma dell’intero
sistema Umbria.
I passi avanti compiuti sono importanti e l’impegno della Regione e
del Governo va rafforzato per completare il lavoro avviato e per
conseguire nuovi obiettivi.
E’ di questi giorni la positiva decisione del pre – Cipe per la
realizzazione del nodo di Perugia.
Ci rivolgiamo a Lei, Signor Ministro, affinché possano essere presto
superate le carenze infrastrutturali ed auspichiamo che le giuste
attese della comunità possano trovare accoglimento da parte
dell’Esecutivo.
La rapida realizzazione di opere
pubbliche indispensabili per porre l’Umbria al pari delle altre
regioni d’Italia risponde ad un legittimo criterio di equità ed è
pure preziosa per ridare tono all’economia.
Indichiamo due priorità.
La prima è completare rapidamente le opere avviate e dotare di
risorse finanziarie adeguate quelle approvate più di recente,
comprimendo, anche per queste ultime, i tempi di realizzazione che
restano purtroppo molto lunghi ed incerti.
La seconda è programmare e realizzare interventi più diffusi: le
infrastrutture urbane; quelle per le tecnologie dell’informazione e
della comunicazione e la riqualificazione rapida delle aree per gli
insediamenti produttivi.
La qualità dei servizi infrastrutturali è un altro punto debole del
sistema regionale sul quale occorre una maggiore attenzione.
I collegamenti ferroviari continuano ad essere inadeguati.
I servizi di trasporto aereo vanno sviluppati per renderli
all’altezza delle necessità della regione.
Abbiamo dato un contributo costruttivo ai progetti di potenziamento
strutturale dell’aeroporto ed abbiamo attivato le pressioni
necessarie nei confronti degli Enti competenti per superare ostacoli
e lungaggini che si frappongono ad una piena funzionalità dello
scalo.
E’ un obiettivo che può essere raggiunto in tempi brevi e che può
produrre effetti positivi sull’economia, oltre a rappresentare la
condizione indispensabile per privatizzare la Società di gestione
dell’aeroporto.
Autorità, colleghi imprenditori,
dalle situazioni di difficoltà non
si esce attardandosi sulle occasioni perse o sulle lacune esistenti.
Noi imprenditori sappiamo che la
competitività si conquista giorno per giorno, con un lavoro
quotidiano di sperimentazione e di ricerca di nuove soluzioni,
inscritte, però, in una visione strategica chiara e condivisa.
Non è la rinuncia ad animare le
nostre volontà; ma l’orgoglio di costruire facendo convergere su
pochi obiettivi prioritari le risorse disponibili.
Allo stesso modo deve comportarsi
un sistema territoriale.
In questi giorni da più parti si
alzano nel Paese voci autorevoli che si appellano all’orgoglio di
mettere in campo le forze migliori di cui disponiamo per uscire da
una crisi molto seria.
Noi industriali di Perugia
rispondiamo a questo appello, ed assumiamo la responsabilità di
essere classe dirigente anche in tale circostanza.
E’ il ruolo che svolgiamo guidando
le aziende ed impegnandoci nella nostra associazione che abbiamo
riformato per dare ad essa maggiore dinamicità.
Tre anni fa veniva firmato su
iniziativa della Giunta Regionale il Patto per lo Sviluppo e
l’innovazione.
Era, ed è tuttora, la strada
maestra, tracciata con generale consenso, per far conseguire
all’Umbria maggiori livelli di progresso.
Continuiamo a condividerne lo
spirito ed i contenuti, e confermiamo la volontà di contribuire al
suo successo stimolando le imprese ad investire, innovare,
internazionalizzarsi, ed aggregarsi. In definitiva, a creare
maggiore ricchezza ed occupazione.
Riteniamo che sia questa la parte
di nostra competenza, e di averla svolta con successo.
Nella cosiddetta seconda fase del
Patto, appena aperta, dobbiamo concertare gli interventi da
realizzare immediatamente per stimolare lo sviluppo e selezionare le
iniziative a maggiore e più rapido impatto sulla crescita del
sistema produttivo e del territorio.
Sono con ciò coerenti le
indicazioni contenute nel documento che abbiamo presentato, insieme
alle altre organizzazioni di categoria, alla Presidente della Giunta
regionale in occasione dell’avvio di legislatura.
Nel confermato clima di
collaborazione è importante che le relazioni industriali facilitino
i processi innovativi e l’instaurarsi di condizioni adatte alla
indispensabile crescita.
Siamo certi di trovare nelle
organizzazioni sindacali la necessaria attenzione e sensibilità.
Chiediamo al Governo di accelerare
l’adozione delle misure per il rilancio della competitività che sono
attualmente all’esame del Parlamento.
Cogliamo questa occasione per fare
appello al Ministro Scajola sicuri che continuerà ad essere attento
interprete delle esigenze espresse dal mondo imprenditoriale in
tante occasioni.
Auspichiamo altresì che il Governo
metta mano rapidamente alla riduzione dell’Irap ed alla compressione
del cuneo fiscale.
E’ evidente però che per uscire
dalla recessione non bastano le leggi.
Ci vuole nel Paese, in tutte le sue
articolazioni, un nuovo senso di responsabilità ed una passione
rigenerata.
Deve accendersi in ognuno di noi
l’entusiasmo di servire il bene comune e la volontà di essere i
protagonisti del rilancio e non i testimoni della caduta.
E’ l’orgoglio la risorsa
strategica cui ricorrere.
L’orgoglio di meritare la fiducia
di chi ci ha preceduto e di non deludere le attese di chi ci
seguirà.